D. Quando si pensa all'etnografia l'immaginario che più prontamente affiora è, con ogni probabilità, quello dell'esploratore², probabilmente uomo, una figura ancora intrisa di retaggi coloniali protesa verso l'altrove, animata dal desiderio di avventura e della promessa di scoperte sensazionali. È il protagonista di una narrazione grandiosa destinata a tradursi in capitale simbolico sedimentato su quel celebre tavolino, luogo canonico della restituzione scientifica. Con la svolta riflessiva della disciplina, sappiamo tuttavia quanto tale fiaba sia stata, e continua ad essere, decostruita e rinegoziata. Eppure, la metafora del viaggio continua a riaffiorare, persistente, anche oltre quel tavolino che, pur trasformato, permane nella contemporaneità come spazio di riscrittura e posizionamento, ma anche nel conflitto tra la decostruzione del binarismo campo/accademia trova la sua forma più salda nell'altare dell'architettura solenne universitaria. Quali traiettorie si discutono, allora, nel percorso etnografico? Quali sentieri vengono intrapresi? Le scelte metodologiche che orientano la ricerca e quelle che emergono nel suo farsi concreto modificano la mappa del percorso in quello che, forse, è il più intricato viaggio dell'antropologa: quello della narrazione, della restituzione e, soprattutto, quello intrinsecamente politico del sostare in uno sguardo partecipe, talvolta innamorato, rivolto all'incontro.
S. Se il viaggio etnografico continua a riaffiorare come metafora, allora è necessario interrogare le condizioni storiche che lo hanno reso possibile. L'idea di cultura come totalità del modo di vita si è infatti costituita in un contesto in cui studiosi europei e nordamericani potevano osservare gli Altri all'interno di assetti coloniali che garantivano loro un indubbio vantaggio epistemico e politico. Riconoscere questa eredità non è sufficiente: implica, piuttosto, lavorare contro di essa mettendo in discussione le categorie attraverso cui continuiamo a produrre sapere. Anche la svolta riflessiva, pur avendo incrinato l'autorità dell'antropologo, ha lasciato relativamente ai margini alcune prospettive critiche, in particolare quelle transfemministe e dei soggetti razzializzati. È in questo scarto che il rapporto tra antropologia e istanze transfemministe si rivela produttivamente scomodo. Se entrambe condividono un'attenzione per la differenza, divergono però nel modo in cui costruiscono il proprio oggetto e nel tipo di relazione che instaurano con esso. Le studiose femministe hanno spesso articolato pratiche di conoscenza corali, in cui il sé emerge attraverso il riconoscimento di relazioni di potere e di oppressione condivise. L'antropologia, invece, pur costituendo il proprio sguardo in relazione all'altra, ha più raramente tematizzato quell'altra come soggetto esposto, situato dentro rapporti di forza che interpellano direttamente anche chi osserva (Abu-Lughod, 1991).
Il lavoro etnografico smette di essere soltanto un esercizio di interpretazione e si configura come una pratica di scelta: un posizionamento che espone, vincola e trasforma. Ma dove si situa, allora, questo momento della scelta? E come possiamo pensarlo senza ricadere in una narrazione lineare del percorso?
D. *Tornare Enigma* si configura, in questo senso, come gesto interrogativo che riapre il bivio, evocando la nozione di *encruzilhada* elaborata da Lacerda de Moura: l'immagine dell'incrocio dei sentieri quale spazio denso di possibilità, luogo in cui prende forma il territorio della scelta. Non si tratta unicamente di decidere una direzione, ma di intervistare il processo stesso: chi si diventa nell'atto dello scegliere? Il bivio si configura così come dispositivo analitico capace di illuminare i processi di trasformazione storica, di situare i soggetti sociali e situarci, di rendere visibile la pressione del passato sul presente. In tale prospettiva, l'azione emerge come una delle energie più spettacolari, potenza radicale trasformativa, autentica spinta rivoluzionaria (Lacerda de Moura, 2018).
Nel 2025, abbiamo intrapreso la nostra prima significativa esperienza sul campo: un percorso di ricerca-azione partecipativa e collaborativa nell'ambito dell'antropologia medica, sviluppato con un gruppo di studentesse del corso di laurea magistrale in Medicina e Chirurgia dell'Università di Bologna e innestato nel tessuto urbano dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant'Orsola Malpighi. Tale percorso ha progressivamente assunto la forma di quella che abbiamo scelto di definire ricerca-creazione (Cristofori et al., 2017), attraverso la trasformazione del campo co-costruito con il gruppo in uno spazio laboratoriale di auto-antropologia creativa e teatrale. Un contesto in cui si è reso possibile, insieme, intrecciare saperi, experiences e traiettorie disciplinari, dando luogo a un processo condiviso di interrogazione.
*Tornare Enigma* è al contempo il titolo del nostro progetto e quello della zine che attraversa queste pagine: dispositivo narrativo e riflessivo, nonché chiave interpretativa del nostro bivio.
S. Quattro degli incontri con le studentesse sono stati dedicati ad approfondire pratiche di auto-antropologia teatrale. Nel definire la triade teatro-medicina-antropologia, il contributo di Victor Turner risulta particolarmente centrale nell'interpretare il teatro come forma di auto-antropologia, ovvero come dispositivo attraverso cui una comunità osserva, interroga e rielabora se stessa. A partire dai suoi studi sui rituali e sui drammi sociali, Turner individua nella performance uno spazio liminale, un "tra e tra", in cui le strutture ordinarie vengono temporaneamente sospese, consentendo l'emersione di prospettive alternative sui ruoli, sui conflitti e sulle relazioni di potere (Turner, 2014). Applicando tale cornice al contesto sanitario, il dispositivo teatrale permette di rendere percepibile quella dimensione strutturale che Turner definirebbe come "struttura", e che nel rapporto medica-paziente si manifesta attraverso l'istituzione ospedaliera, i suoi spazi, i suoi tempi e i suoi protocolli. Attraverso l'esperienza corporea, le partecipanti vengono messe nella condizione di esperire, prima ancora che comprendere razionalmente, le dinamiche relazionali e simboliche che attraversano la pratica biomedica, facendo del teatro non solo uno strumento espressivo, ma un vero e proprio metodo conoscitivo.
D. Il nostro progetto propone di interrogare le modalità in cui poniamo le domande e i mondi che tali domande contribuiscono a rivelare. La scelta di approcci creativi e sperimentali ibridati a quelli auto-etnografici riporta, ancora una volta, alla lotta verso le dicotomie: si traduce in un rimescolamento di teoria e pratica dove noi antropologhe siamo portate a sperimentare con i nostri strumenti per creare terreni fertili esperienziali che possano raccontare esperienze; e loro, le partecipanti, a esplorare un apprendere il corpo tramite l'esperienza e non viceversa. Arte e antropologia condividono un'urgenza: quella di non smettere di essere in dubbio (Castelli, La Cecla, Taussig, 2022). Scegliere metodi creativi si configura come accettare l'incertezza e farne una risorsa (Scavarda, 2023). Il rapporto tra indagatrice e informatrice si configura come intrinsecamente duplice: pur condividendo la medesima situazione e affrontando uno stesso tema, essi non parlano mai della stessa cosa (Augé, 1997).
Personalmente mi sono occupata della progettazione dei quattro laboratori di auto-antropologia creativa, dove ho pensato di proporre riflessioni e messe in pratica che partissero da strumenti consolidati della ricerca qualitativa etnografica, talvolta decostruendoli, e impastarli con l'esperienza visuale e artistica.
S. Per quanto riguarda le pratiche teatrali, durante il primo incontro le studentesse si sono confrontate con una pratica di teatro contemporaneo site-specific, dove hanno attraversato l'ospedale bendate, guidate da un'altra persona. Questo ha prodotto un ribaltamento di prospettiva: uno spazio familiare come l'ospedale è stato vissuto in una condizione di vulnerabilità diversa dall'agire quotidiano.
Nel secondo laboratorio abbiamo lavorato con esercizi di improvvisazione ispirati al teatro dell'Oppresso, durante la quale si sono confrontate con la possibilità di ripensare e ridefinire i modi in cui si è solite parlare di alcune patologie. Per esempio, per spiegare la sclerosi multipla, Paolo³, una delle partecipanti, ha utilizzato la metafora della mela che marcisce, rendendo comprensibile qualcosa di complesso senza dover per forza ricorrere a termini tecnici, mostrando come la comunicazione possa diventare più accessibile senza perdere forza.
Nel terzo laboratorio abbiamo lavorato sul tema della dissezione anatomica costruendo i personaggi che abitano l'ospedale utilizzando le tecniche della commedia dell'arte. Questo ci ha permesso di aprire dei dibattiti sui ruoli e le gerarchie presenti nella loro vita quotidiana.
Infine, nel quarto, le partecipanti hanno riflettuto sul rapporto con il proprio corpo attraverso delle pratiche compositive di teatro-danza. Forse è stato uno dei momenti più cruciali in cui anche il titolo della nostra ricerca *Tornare Enigma*, è emerso con forza. Ritornare enigma, infatti, significa ritornare alla complessità del corpo incorporato con tutti i suoi misteri, esattamente come fa l'artista con il processo creativo.
D. Andare alla deriva per ri-trovarsi: la mappa come diario del proprio campo è stata, invece, la prima laboratoria delle quattro che si sono concentrate sulla mutaforma delle metodologie di ricerca etnografica. Ci si muove assumendo la postura della spigolatrice evocata da Agnès Varda⁴: raccogliere frammenti, abitare gli scarti, trasformare l'esperienza in conoscenza situata. In questa prospettiva, il diario di campo si trasforma in mappa: una scrittura spaziale che rende visibile il passaggio dei corpi e la costruzione relazionale del campo. La deriva, erede della flânerie, dei movimenti situazionisti e delle pratiche psicogeografiche, diventa così metodo attraverso il quale le future mediche ripercorrono i luoghi dell'ospedale universitario e, successivamente, creano una mappa collettiva inedita.
La seconda laboratoria esplora l'intervista come dispositivo relazionale e riflessivo di produzione della conoscenza. Attraverso interviste reciproche le partecipanti hanno interrogato dimensioni relative alle relazioni di cura emerse durante la ricerca per poi rielaborare i materiali raccolti attraverso l'elaborazione creativa. Le esperienze condivise confluiscono quindi in tre ricette ispirate all'opera di Ildegarda di Bingen⁵, in cui sapere medico, cura e immaginazione si intrecciano in una scrittura simbolica condivisa.
*Ritrarre e ritrarsi: figure del corpo per un'auto-etnografia surrealista* è il terzo incontro che ho progettato e si ispira al surrealismo etnografico (Clifford, 1981) come pratica di frammentazione, giustapposizione e produzione relazionale di senso. Attraverso autoritratto, collage e il gioco del *cadavre exquis* abbiamo esplorato insieme il corpo come costruzione instabile, collettiva, cyborg, mettendo in tensione immagine, linguaggio e materia.
L'incontro che ha chiuso il ciclo laboratoriale ha preso forma attraverso la metodologia del photovoice (Wang, 1998). Partendo dalla fotografia come strumento critico e l'impianto economico teorico che intreccia pedagogia critica e antropologia medica, *Ricucire i tre corpi* assume la tripartizione del Mindful Body (1987) di Lock e Scheper-Hughes e, attraverso pratiche narrative e di collage, avvia un processo di ricomposizione visiva, rendendone percepibile l'interdipendenza come dimensioni co-costitutive di un unico corpo pensante, relazionale e politico.
S. Il progetto *Tornare Enigma* ha trovato nella zine un dispositivo capace di incarnare il bivio, di tradurre il lavoro sul campo in forme materiali e relazionali che dialogano con le nostre riflessioni critiche. La zine, lungi dall'essere una semplice restituzione, si configura come pratica che disloca ulteriormente il "tavolino" etnografico, trasformandolo in uno spazio potenzialmente indisciplinato. Essa diventa il dispositivo materiale attraverso cui la ricerca prende forma: un archivio parziale, frammentato e intenzionalmente incompiuto, che restituisce l'emersione non secondo una narrazione lineare, ma come una costellazione di tracce, immagini, appunti e scarti. In questa prospettiva, la zine è un semioforo - per usare il concetto evocato da Pomian - un oggetto visibile carico di senso, il cui il supporto materiale non è mero contenitore, bensì parte integrante della significazione che veicola (Pomian, 2009).
La fabbricazione del nostro "esplosivo" si discosta dalla scrittura accademica tradizionale per avvicinarsi a una pratica di montaggio, in cui la selezione, l'esclusione e l'accostamento degli elementi diventano parte integrante del processo conoscitivo. In questo senso, la zine non si limita a documentare il campo, ma lo riattiva, ne prolunga le tensioni e ne espone le ambivalenze.
Proprio perché si configura come una forma autonoma, svincolata dalle logiche di legittimazione istituzionale e dalle economie della visibilità, la zine si iscrive in una tradizione di produzioni culturali che fanno dell'estetica uno spazio di resistenza (Watson, 2025). Si avvicina così a una pratica controculturale che sottrae la restituzione etnografica alle forme egemoniche della cultura dominante. È proprio questa autonomia a relegarla in circuiti marginali, spesso sotterranei, dove la sua circolazione limitata diventa al contempo vincolo e potenza. Lontana dai nodi del potere e dalle infrastrutture dominanti della comunicazione, la zine conserva una capacità critica che risiede nella sua resistenza a essere pienamente catturata o normalizzata.
D. In questo percorso abbiamo scelto le arti come compagne di viaggio e l'antropologia come guida. Essendo un progetto di tesi magistrale, e dunque iscritto entro le appiccicose forme delle copertine normative redazionali, ci siamo interrogate su come fosse possibile restituire un processo che poco aveva a che fare con qualcosa di riconducibile alla scrittura di due sole mani su un unico foglio. Piuttosto si trattava di dare voce a otto corpi che, per un paio di mesi, hanno vibrato e dissezionato il proprio campo, sperimentando e creando insieme in uno spazio che si è progressivamente configurato come un laboratorio inedito. La zine fa della sua materialità un manifesto, un supporto e un fondamento epistemologico e politico perché trattiene tracce corporee ed emozionali visibili e genera laboratori di soggettività e comunità dove corpo, relazione e imperfezione diventano vettori di senso (Piepmeier, 2009).
Affidarsi a un mezzo come la zine - che abbiamo costruito ibridando i materiali dei percorsi laboratoriali di auto-antropologia creativa con quelli di pratica teatrale - risponde al desiderio di rendere visibile il movimento che ha attraversato il campo di ricerca. Più che i risultati, abbiamo cercato di restituirne le pratiche, racchiudendo in linguaggi evocativi tracce e l'eco materiale del progetto e delle sue partecipanti. Ne emerge un noi co-costruito nel campo e dal campo che incorpora materialmente il progetto di ricerca condiviso. Un Noi ibrido, incarnato nella zine che si configura come "cartella etnografica⁶ della narrazione dell'esperienza". Un Noi che prende forma in corpi cyborg (Haraway, 1991), mutaforma, dalla pelle capace di assorbire scarti, stati d'animo e discrepanze tra il dire e il fare come materia epistemica. In risonanza con *Aveux Non Avenus* (1930), il corpo cyborg dell'esperienza nel campo si muove in infinite composizioni come figura politica di rottura dell'unità soggettiva: un essere plurale, non binario, instabile che, a partire dal margine, destabilizza l'ordine e apre a forme di conoscenza relazionali, fluide e radicalmente in divenire (True Latimer, 2006). Nella piena consapevolezza dell'ambivalenza insita nell'inserire materiali concepiti come transitori e antistituzionali all'interno di un prodotto quale la tesi di laurea, in queste pagine esplicitiamo nuovamente questa tensione, che rimane nodo centrale pur affiancandosi al tentativo di rilettura delle zine del contemporaneo, intese sia come metodologie di ricerca sia come strumenti pedagogici, oltre che come rimandi ai nostri posizionamenti sociali e politici. Riconoscendoci nel concetto evocativo di *felt value* (Watson - Bennett, 2021) riteniamo che questa prospettiva si integri profondamente con un oggetto che restituisce la nostra esperienza di campo e il nostro tornare enigma.
S. Ad esempio, all'interno della zine, uno dei dispositivi che meglio incarna questa prospettiva è *La ricettaria*. Non si tratta di un semplice esercizio creativo, ma di uno spazio di traduzione e tensione tra esperienza vissuta e immaginazione. Ispirata alla forma della prescrizione medica, la ricettaria rielabora e sovverte questo linguaggio, trasformandolo in un luogo in cui desideri e utopie si intrecciano con la concretezza del quotidiano.
Le "ricette", costruite a partire dalla figura ideale della "medica che vorrei (essere)", veicolano qualità relazionali fondamentali per le studentesse in formazione, emerse durante una prima fase di auto-analisi comparata condotta attraverso interviste reciproche: flessibilità, capacità di ascolto, costruzione del consenso, desiderio di esperienza diretta. A queste dimensioni si affiancano i racconti emersi durante le improvvisazioni teatrali a proposito degli abusi istituzionali e delle gerarchie presenti nell'ambiente ospedaliero, che si evidenziano come tensioni concrete nel percorso di apprendimento. Questi materiali, inizialmente impaginati in modo neutro come un documento Word, vengono trasformati in pagine in costruzione: strati di testo in cui si mescolano prospettive multiple, desideri, frustrazioni e riflessioni critiche. In chiave evocativa e giocosa, le ricette vere e proprie sono corredate da stickers e disegni: troviamo, per esempio, l'"insalata di saperi", in cui un cucchiaio di esperienza si mescola a un cespo di radicchio, o la "pasta al forno del confine: una ricetta speciale per giorni normali" dove consenso, decostruzione del potere e autodeterminazione si combinano con abbondante tarassaco nel ragù. In questi dispositivi, creatività e dimensione poetica si intrecciano con il vissuto quotidiano, rendendo visibili difficoltà, aspettative e contraddizioni presenti nell'ambiente ospedaliero.
Nello sfogliare le pagine, il loro stratificarsi alternando l'asetticismo di un sistema che ignora i bisogni relazionali della cura ad una reimmaginazione volutamente infantile e ludica trasforma il semioforo-zine in un dispositivo che incorpora le dimensioni più elusive dell'esperienza, ormai non più riconducibili alla semplice parcellizzazione del linguaggio biomedico.
*La ricettaria* mostra come i percorsi materiali e creativi possano diventare veri e propri sentieri: tracce tangibili di ciò che emerge dall'esperienza collettiva e dai corpi che attraversano il campo, stratificando desideri, tensioni e possibilità alternative di significazione. È questo movimento di attraversamento, questa capacità di lasciare impronte e indicare percorsi non previsti, che ci porta a riflettere sulla mappa più ampia del nostro lavoro e sulle linee che possiamo tracciare al suo interno.
D. Seguendo l'immagine metaforica cartografica a cui fanno eco alcune pagine della zine - proponiamo, allora, l'immaginario dei *desire paths*, i sentieri del desiderio: tracciati informali che emergono dal passaggio reiterato dei corpi, dal loro orientamento secondo intuizioni e tensioni che eccedono la progettazione urbana normativa. Con questo sguardo, il nostro gesto non si situa fuori dalla mappa ma la attraversa e la riscrive dall'interno, lasciando tracce che testimoniano possibilità altre di percorrenza e significazione. Se il ritorno all'enigma è stato per noi una metodologia, la zine rappresenta il nostro posizionamento: una presa situata che intreccia il modo in cui abbiamo attraversato il campo con le forme che scegliamo per restituirlo. Richiama quello che Nadha Hassen scrive nelle sue *Research Notes* dove riflette su un progetto di ricerca qualitativa realmente *community engaged* e utilizza la metafora delle *desire lines* per descrivere percorsi metodologici alternativi, tracciati che emergono dall'uso e dall'attraversamento piuttosto che dalla pianificazione verticale. Le *desire lines* diventano così percorsi epistemici che sfidano i confini delle discipline, tracce di ciò che storicamente è marginalizzato e forme di agency che rendono visibili le pratiche e i desideri iscritti nello spazio. Sono un invito a camminare accanto alle comunità, ad accettare percorsi non lineari e praticare resistenza, cura e immaginazione (Hassen, 2026). Allo stesso tempo, la zine incarna il desiderio di un'accoglienza consapevole del rifiuto dell'essere pienamente leggibili e una resistenza alla costante richiesta di utilità (Thi Nguyen, 2015), tensioni profondamente proprie di questa etnografia. La zine si colloca come gesto che trattiene e sottrae, che rende visibile senza esaurirsi. Le *desire lines* non sono, allora, scorciatoie, ma linee politiche: sono manifestazioni materiali e simboliche del desiderio che rendono evidenti i rapporti di potere incisi nello spazio, mostrando la possibilità della scelta (Smith - Peters, 2018). Ma soprattutto, rendono visibile e ripercorribile con il proprio corpo il fatto che la città neoliberale non sia inevitabile. Per questo i sentieri del desiderio rappresentano un immaginario più affine ai metodi creativi e queste direzioni metodologiche, rispetto all'essere individuati come strade alternative, separate o parallele a quelle tradizionali e formali. Ci riferiamo tanto alle riflessioni sulle pratiche di ricerca quanto all'istituzione formativa universitaria nel suo complesso. Pur essendo inevitabilmente trattenute quasi magneticamente dai fogli e dalle rigide copertine della tesi, l'inserimento di una zine come allegato discontinuo non costituisce un vero e proprio sentiero separato, né ambisce a esserlo. Una tale operazione richiederebbe, infatti, di reiterare la relegazione dell'intervento creativo a una dimensione meramente ricreativa, marginale o accessoria - come spesso accade - anziché riconoscerne la portata epistemica e politica. L'approccio che abbiamo costruito si posiziona come una presenza necessaria e divergente all'interno della mappa stessa, capace di abitarla e, al contempo, di incrinarne le coordinate.
S. Relegate a margine, arti e Medical Humanities vengono svuotate dal loro potenziale metodologico di lente antropologica e pratica pedagogica, ridotte a formalità accessorie nei percorsi di studio e professionali senza impatto consapevole sulle pratiche di cura. Così, la formazione medica si irrigidisce, rimuove conflitto e vulnerabilità e continua a produrre, invece che interrogare, le strutture di potere che abitano il campo in cui è immersa. Se la creazione artistica somiglia davvero alla fabbricazione di esplosivi, come suggerisce Asja Lācis (2021), allora la zine non vuole offrire soluzioni né proporre modelli applicabili all'etnografia. Come le *desire lines*, lascia tracce, apre percorsi, suggerisce possibilità alternative all'interno della mappa istituzionale. Ogni pagina, ogni intervento ritagliato, ogni adesivo o disegno diventa un piccolo cratere di esperienza, un segno materiale delle tensioni, dei desideri e dei corpi che attraversano il campo.
La zine, come manifesto materiale, è il nostro posizionamento etnografico: non un oggetto neutrò di restituzione, ma un dispositivo che ricuce prospettive transfemministe e antropologiche, ridando linfa a una svolta riflessiva che troppo spesso resta intrappolata in norme incapaci di contenere le contraddizioni del reale. Qui l'antropologa non è più solo “sé stessa" separata dall'Altra: si scopre nella relazione, nei corpi che si toccano, nelle tensioni che attraversano il campo, nelle decisioni condivise e negli incontri imprevedibili. Con la zine, conoscenza e relazione smettono di stare su due poli distinti: diventano un unico intreccio pulsante, vivo e imprevedibile.
Ogni pagina stratificata è una micro-esplosione: incrina l'ordine apparente, mostra le possibilità di scelta, rivela il potere e le sue fratture, e mette in scena una resistenza fatta di cura, attenzione e immaginazione. Non costruisce modelli replicabili, ma traccia mappe di co-esistenza creativa, segnando lo spazio della ricerca come un campo dove corpi, desideri e sapere si incontrano e si trasformano insieme. La zine ci ricorda che attraversare il mondo con attenzione e coraggio non è un exercise lineare: è un gesto esplosivo, radicale, in cui l'antropologa non guarda più l'Altra da lontano, ma cammina dentro il mondo, insieme ad esso, lasciando tracce che continuano a parlare anche quando i corpi si allontanano.
Note
¹ La zine è consultabile interamente al seguente link: FANZINETORNAREENIGMA.pdf
² Nella stesura di questo articolo abbiamo adottato il femminile sovraesteso, l'utilizzo del maschile è sempre intenzionale.
³ Al fine di garantire l'anonimato delle partecipanti si è utilizzato un nome di fantasia.
⁴ Ci si riferisce al film *Les glaneurs et la glaneuse* di Agnès Varda (2000).
⁵ Ildegarda di Bingen (1098-1179), mistica e monaca benedettina tedesca, prima donna ad essere nominata "Dottore della Chiesa". L'opera di riferimento per il contesto laboratoriale è stata, nello specifico, il *Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum* (Ildegarda di Bingen - Campanini, Antonella (a cura di) 2011, *Libro delle creature. Differenze sottili delle nature diverse*, Roma, Carocci).
⁶ Prendiamo qui in prestito la locuzione utilizzata da Pettirino nel progetto sperimentale di antropologia applicata alla cura di pazienti con background migratorio nell'ambulatorio MISA dell'Ospedale Amedeo di Savoia di Torino (Pettirino, 2019) direttamente ispirata al modello di intervista semi-strutturata MINI, progettata per ottenere narrazioni sulla malattia nella ricerca sanitaria (Groleau - Young - Kirmayer, 2006).
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