Appunti per uno studio preliminare alla realizzazione di una guida ragionata su ciò che può essere utile sapere prima
Può capitare che ci si perda.
Può capitare che ci si perda ancora prima di iniziare a perdersi.
Può capitare che tra il dire e il fare ci si perda.
La rincorsa è quello stare nella soglia prima dell’impatto, prima di un evento, di un cambio di regime o di idea riguardo il vino o le melanzane.
Ritrovarsi nel fare passi indietro: per vedere meglio l'orizzonte, lo spazio e il tempo.
Ritrovarsi nel cercare l'insieme, isolandosi, solo per poterci poi correre dentro o attraverso.
È l’analisi di quel momento sospeso: prima di un “prima” e prima di un “dopo”, forse anche dopo di un “dopo”, ma non è assicurato, né raccomandabile.
Questi appunti, raccolti durante un imprecisato periodo di ricerca, pongono l’attenzione su quel sottrarsi e indietreggiare a delle comuni dinamiche per poi riallinearsi con uno scarto evolutivo interiore; magari apparentemente invisibile o magari scintillante, gigante, ingombrante, leggero, ma pur sempre con dello scarto.
È presa in considerazione quindi la preparazione attiva prima di un punto di partenza. Non deve per forza essere uno di numero (il punto di partenza) né tantomeno chiaro e definito.
[fig. 1] (Chi legge da cellulare sappia che le immagini sono atterrate a fondo pagina. Sono precisamente dove vogliono essere. Chi legge da computer tenga da conto che le immagini sanno: essere di compagnia, distrarre cronometri e anticipare parentesi. Sono precisamente come vogliono essere)
CONTESTO
La costituzione di un manuale d’uso si è palesata come una necessità comoda per non dimenticare le cose imparate e raccogliere tutte le informazioni scoperte durante l’esplorazione del mestiere della rincorsa. Questa ricerca, infatti, si inserisce in una più grande orchestrazione di un serissimo fittizio dottorato di ricerca che si colloca nel dibattito su soggettività e lavoro; interrogando l’identità umana come costruzione precaria in un sistema ossessionato dalla produttività. Invece di assumere la performance lavorativa come misura del valore personale, il progetto sposta l’attenzione su aspetti considerati effimeri come l’errore, la distrazione, la curiosità, le pause, considerandoli materia estetica e conoscitiva. L’indagine esplora una costellazione di “mestieri anonimi”, occupazioni immaginarie e marginali concepite come dispositivi poetico-performativi che fanno emergere dimensioni nascoste del rapporto tra identità e lavoro. Le esplorazioni si concretizzano in pratiche transmediali e analitiche (operazioni performative che comprendono foto, video, installazioni, pagine web, archivi digitali, eventi partecipativi) che intrecciano ricerca teorica e produzione artistica.
Con uno sguardo meta-critico al dispositivo del dottorato, ispirato alla decostruzione derridiana e alla prospettiva post-qualitativa, la ricerca interroga protocolli e metriche accademiche. Il dottorando mantiene un posizionamento situato [1], che diventa al contempo soggetto e oggetto dello studio [2]. La pratica artistica è assunta come veicolo di conoscenza [3], un modo per ripensare il rapporto tra identità e lavoro, valorizzando inattività, gioco e fallimento come dimensioni costitutive della soggettività.
Nel seguente articolo scritto a gennaio 2025 per il magazine Root§Routes viene più ampiamente raccontata la ricerca di questo aleatorio dottorato messo in piedi:
(non è necessario leggerlo è solo per dare a chi vuole la possibilità di esplorare ulteriormente altri immaginari cristallizzati dal sottoscritto)
I mestieri anonimi interrogano non solo il lavoro umano, ma anche la sua centralità nelle gerarchie di genere, classe e provenienza, mettendo in crisi ruoli e aspettative performative, vivendo di ciò che “è ancora” in potenza e oltre il mito della produttività immediata.
La rincorsa non è universalmente riconosciuta come produttiva, anzi semmai il contrario ed è anche data per scontata; spesso corre il rischio di non essere tutelata e si è impreparati a starci dentro (nella rincorsa), venendo strattonati da varie tensioni iper-performative.
METODOLOGIA
Finora, la ricerca ha riscontrato risultati parziali (solo quelli), diversi vicoli ciechi e nessuna decisione finita. Questa adunanza di risultati non è una verità, ma solo un gruppo di appunti su ciò che si è carpito in un periodo di ricerca discontinuo. Possono essere informazioni utili, sicuramente sono espandibili e migliorabili, intanto impunemente si propone questo studio preliminare.
La rincorsa è cosa comune. Il dottorato stesso è una rincorsa. Tornare indietro per andare avanti, prendendo energia, consapevolezza dell’orizzonte del sentire e delle ambizioni anteriori e interiori e dei terzi paesaggi (che comunque circondano sempre le rincorse, che lo si voglia o meno).
Un insieme che non verrà analizzato qui riguarda quello che è o che non è rincorsa; lì sono fatti personali in cui è meglio non navigare.
È solo uno studio preliminare per progettare un manuale d’uso a ciò che chiunque può riconoscere come rincorsa. Solitamente per i manuali ci sono dei regolamenti e delle convenzioni per diminuire l’attrito alla lettura, ma bisogna anche tutelarlo (l’attrito), che è quella cosa che poi carica lo slancio alla fine della rincorsa (sempre l’attrito).
Le sezioni con cui sono suddivisi i prossimi appunti saranno quindi atte a guidare vagamente l’interpretazione dell’indomabilità delle rincorse.
È presente la figura del Relatore, inventata ma invasiva, che qui si è cercato di ignorare per dispetto e ribellione dopo la sua spavalda sparizione, da qualche settimana a questa parte, giustificata da un «...tanto te la cavi, ricordati la terza persona...».
SCOPO – Per identificare la rincorsa
La rincorsa si compone di una certa quantità di passi indietro, alle volte senza voltarsi, per raccogliere energie, momentum.
Una figura utile alla comprensione è una molla a spirale; dopo esser stata premuta, questa converte e rilascia l’energia. La rincorsa della molla le permette di esistere in quanto “molla”.
Si sono potute osservare non poche similitudini (anche astratte ammettiamolo, ma non per questo meno vere) con la ricerca artistica e forse la ricerca in generale. Il concetto di molla risulta molto accostabile in particolare alla ricerca di dottorato messa in scena per come descritto sopra (pensandoci ancora più ponderatamente, la ricerca di dottorato può inoltre rientrare in una grande rincorsa – esplorazione dopo esplorazione e ripensamento dopo ripensamento).
Anche nel caso in cui ci si volesse prestare permanentemente a un “lavoro” – uno di quelli in cui ci si può ritrovare senza rincorsa, per inerzia garantita e che può assicurare “l’adultità” con poco sforzo – si è riscontrato che serve necessariamente una rincorsa. Serve per renderlo veramente attendibile, in quanto finzione (quella del “lavoro” come sopra inteso). Quindi tanto vale dare una possibilità agli appunti qui accatastati.
In uno spettro più ampio, nel bacino culturale umano è possibile riscontrare i residui delle rincorse di ogni essere. Informazioni utili che aiutano nell’orientamento anche se non sono risposte complete.
Qui si potrebbe fare una digressione sulla questione del lascito umano, si potrebbe appunto. Non è il caso. Lo era ma non lo è più. Chi fosse interessato chiedesse alle foglie, grandi esempi di ricambio generazionale, di contezza della caducità del tempo e consapevolezza del peso che hanno l’una per l’altra e per il resto della biocenosi, persino dopo l’abscissione dall’arbusto di appartenenza (digressione effettuata con discreto successo a quanto pare).
Ci si è consegnati ai consigli di figure totemiche – persone e non solo – da cui si sono assorbiti suggerimenti e visioni. Nelle sezioni seguenti sono riportati gli appunti di questi consigli sotto forma di liste in ordine vagamente sparso.
[fig. 2]
RISCHI E AMBIGUITÀ – Per tutelarsi dalle storture della rincorsa
- È fondamentale capire quando si è in stato di rincorsa perché non è detto che ci si accorga. È proprio lì, quando il mondo va a un altro ritmo, che bisogna prepararsi, adoperando oltre che pazienza e la concentrazione anche una fionda se è necessario (in seguito verrà meglio precisato come può tornare utile);
- Ricordarsi che si sta prendendo la rincorsa. Possono capitare dei momenti in cui passa in secondo, terzo o addirittura quarto piano, ma non serve andare oltre, altrimenti lo si dimentica (massimo al quarto piano di priorità, da ricordare: quattro come quei quattro gusti di gelato che non si ha mai avuto il coraggio di chiedere in gelateria);
- Sapere che c'è chi si fa raggiungere dalla morte mentre prende la rincorsa. Meglio evitare, ma dipende quello che si mira a essere e/o avere. C'è anche chi ha la morte da raggiungere con la rincorsa. Slancio e temporalità diverse;
- Evitare di rimanere posseduti a lungo dallo spirito della trottola: è un rischio che si corre quando si prendono tante rincorse contemporaneamente. Loro malgrado le trottole rimangono per lo più ferme. Può anche piacere solo questo. Pare però che, se si vuole fare più “frastuono”, serva diventare tornado. Si può compiere ciò attraverso: una certa collaborazione con gli agenti atmosferici (futuri colleghi), meno solipsismo, più circostanzialità e svariata libertà nel distrarsi (anche candidamente);
- È strutturale non scambiare la rincorsa per una corsa. Una è pre-produzione, l’altra è produzione. Non si hanno informazioni accurate ancora, ma sicuramente sono diverse - per quanto la corsa porta con sé degli aspetti della rincorsa, ne evolve alcuni e ne dimentica altri;
- Essere al corrente che si può prendere la rincorsa per scontrarsi. Qui potrebbe proprio aiutare, come immagine allegorica, la macchina da scontro che in realtà nasce come macchina da “schivata” (sarebbe divertente avere un micro-manuale d'uso per la rincorsa alla schivata, o ancora meglio per la rincorsa da scontro – per entrare nei contesti vigorosamente – ma non c’è tempo. Il mestiere di inerzia verrà esplorato più avanti in altro contesto);
- Assumersi il rischio di rincorse complesse perché ad alcune cose «...puoi pensarci dopo, intanto questo tentativo te lo ritrovi come esperienza e il peggio che può succedere è che ti diverti...» dice una delle figure totemiche che offre il suo punto di vista così;
- Liberarsi di impedimenti accessori che sembrano liberatori ma rallentano. Non è sempre facile identificarli, e per aiutare (fino a un certo punto) a capire, ecco alcuni esempi riscontrati finora: commiati da benvenuto (di circostanza), bevande spiritose a cui sono stati sottratti zuccheri e caffeina e calorie e dignità, una ruota di scorta, due ruote di scorta, una faccia in prestito, giubbotti fuori stagione, medaglie al valore, asparagi, calzascarpe, ricette scadute, sogni di piscine ecosostenibili per finta, sogni di piscine classici, sogni di piscine per darsi un tono, mestieri di altre persone che si sono già esaurite, mestieri di altre persone che hanno già esaurito il mestiere, opuscoli informativi, zolle di terra natia, imbuti disfunzionali, rompighiaccio (non l’azione, la nave), foto ai tramonti degli altri, ricordi di quando si è stati quasi catturati dalle api, la passione per le file, sottobicchieri fragilissimi e scrivanie a mo’ di paracadute. Può essere comodo sbarazzarsene repentinamente, eccezione fatta per gli asparagi su cui ponderare per più tempo;
- Sapere fare i conti con la delusione post rincorsa;
- Tenere conto della pericolosità della scrittura. È una rincorsa, un riguardarsi per poter vedere meglio e fare meglio. Ad esempio, questa rincorsa alla preparazione del manuale, è una preparazione con una assunzione di responsabilità, piena, del rischio di auto-pensarsi pericolosamente (questo punto potrebbe fare arrabbiare il Relatore, poiché contro la sua ideologia sul metalinguaggio che lui vede come rischioso e inflazionato. Potrebbe avere ragione, ma ha ghostato tutta la scrittura dell’articolo – non lo si vuole inseguire più, chi si crede di essere alla fine, lui e le sue ricerche sulle torbiere a Orbetello che non si fila nessuno – chissà se è perché alla fine si scopre che il fantasma è lui, sarà chiaro più tardi di quale fantasma si sta parlando).
Digressione che si scoprirà essere legittima verso la fine:
Un’altra dinamica che può fare arrabbiare il relatore è l’ulteriore uso di un link ipertestuale (non è nemmeno l’ultimo):
Questo è un sito progettato nel 2022 per indagare il mestiere di scusa. Probabilmente la rincorsa era già finita ma è stata prolungata per insicurezza e pignolerie. Sebbene prima fornisse ottime scuse per non andare in guerra – elaborate finemente, e con la giusta attinenza al bagaglio culturale del sottoscritto e di un fedele collaboratore scusafondaio – ora invece risultano confuse e stanche.
Cambiamenti tecnologici e altre rincorse più prioritarie hanno annebbiato e allontanato questa rincorsa. Nel frattempo, è diventata non più così necessaria, non più in quella forma lì.
Si è presa troppa rincorsa. Senza sapere quando bastava.
Si è sfaldato tutto prima dell’inizio. Ora serve rivedere il sito e ripartire con un’altra, più imponente, rincorsa per riallinearsi alle nuove domande sul mestiere di scusa.
SUGGERIMENTI – Per capirsi nella rincorsa
- Evitare di prendere la rincorsa con le mani in mano, soprattutto se sono mani di altri;
- Pensare alle possibilità non ancora accadute ma già pronte a nascere;
- Partire dalle briciole: tutto quello che si ha può essere utile ed è abbastanza per partire, checché se ne dica;
- Ritagliarsi del tempo per dormire;
- Preparare un contro-agguato alle raccomandazioni, anche nei bandi, anche se sono chiamate “segnalazioni” o “intercessioni”, anche se sono a favore, anche se sono fatte per sbaglio, anche se sono miticizzate, anche se è questione di moda, questione di estrattivismo, favoritismo o noia;
- Usare la crema solare;
- Far precipitare le idee, e magari ammirarle nel mentre;
- Chiedersi quali superpoteri si vorrebbero possedere per i 30 minuti da appena svegli: rispondere prima d’istinto e poi ragionatamente. Quelle due o più risposte aiutano a capire in che direzione la rincorsa va o desidererebbe andare. Se non basta, allora, può servire porre lo stesso quesito anche ad altre figure (più o meno vicine e più o meno umane) e notare come ogni risposta palesi delle necessità e delle scomodità da risolvere o adempiere con le loro rincorse; il confronto può rafforzare o annichilire il senso di tutto il manuale che qui si tenta di mettere in piedi;
- Non giustificarsi per la rincorsa;
- Le unioni improbabili di parole apparentemente lontane (esiste davvero una lontananza tra le parole?);
- Comporre liste di liste;
- Riconoscere i riferimenti (anche se nelle radici aeree e nei processi di stratificazione geologica);
- Ripartire dalla crisi di salinità del Messiniano, se necessario;
- Staccarsi dalla passione etichettante delle fasi della rincorsa (sono sfumature ed è inutile provare a nominarle e ordinarle, va bene così);
- Immaginarsi post-rincorsa;
- Avvertire quali sono i luoghi del corpo che percepiscono la pressione sociale e tenerli a bada nei modi più disparati (anche con il rilascio di dopamina dovuto all’esplosione di uno o più petardini da ballo);
- Raffinare le idee per la de-costruzione di un manifesto in “perpetua errata corrige” da portare avanti con un duo artistico, come ad esempio UCCI UCCI;
- Riproporre tranquillamente il proprio codice anche se “scaduto”, sfidando l’inattualità. Ciò potrebbe addirittura aprire un nuovo inesauribile varco per la creazione di codici inediti;
- Sapere che, a quanto pare, il destino non va su binari ma su interstizi e margini;
- Non dimenticare che il vuoto definisce il pieno e viceversa. Si esistono disegnando l’uno l’altro;
- Mappare le geografie sociali (quando e dove si può);
- Munirsi di fionda (se proprio impellente) e prendere la rincorsa mentre si prende anche la mira: una matriosca di indietreggiamenti che potrebbe aiutare lo slancio e frantumare l’orizzonte;
Digressione, a questo punto indispensabile, sulla fionda:
La fionda si può costruire da sé in base alle proprie necessità e qui non verrà descritto per questioni di scomodità, ignoranza e poca presunzione su come assemblare un oggetto per lanciarsi così intimamente.
La fionda aiuta a concentrarsi su un obiettivo specifico, con una precisione più fine su quale parte di sé si vuole proiettare altrove. Si può, quindi, utilizzare sia prendendo una rincorsa un pezzo di sé per volta, sia catapultando in avanscoperta un elemento e vedere come reagisce, per poi capire il da farsi.
- Ponderare il potere dell’incomunicabilità della fine;
- Orchestrare un piccolo problema di botanica (il terebinto e il lentisco vanno facilmente in scontro e si può praticare con loro);
- Chiedere ai tassi «È il caso di una rincorsa?». Loro prendono rincorse in diverse direzioni, anche verticali, anche liminalmente, anche fra il mondo dei vivi e dei morti, anche fra il conscio e il subconscio, e sanno sempre identificare chi è in quello stato e quando potrebbe essere utile esserci (nella rincorsa). Sanno anche distinguere sempre il “sotto” e il “sopra” (il fuori e il dentro), il che è una capacità per niente scontata;
- Accettare i solstizi;
- Ringraziare la punteggiatura per tutto quello che fa (e non fa);
- Interessarsi a una indegna inimicizia tra un tasso e un fantasma (se si presenta il modo);
- Dimenticarsi del fantasma e della sua assenza-presenza, e poi di nuovo assenza, e buttarsi alla cieca nei tunnel del tasso per una intervista sul suo pacifico modo di vivere le rincorse fra i mondi;
- Sovrascrivere memorie fastidiose (ci sono molti pareri discordanti a riguardo ma per onor di cronaca eccolo riportato);
- Mettersi nei panni di un crepuscolare Principe Sugo, costretto a essere tale dalle catene familiari nonostante sia ideologicamente contro i sughi rossi. Può aiutare a capire come prendere le rincorse quando si ha poco spazio di manovra e tante asfissianti responsabilità;
- Appropriarsi della tragedia e indossarla diversamente giocando;
- Annotare, sotto forma di lista collaborativa, quello che può essere nocivo di alcune rincorse di altre persone, così da non farsi inquinare o influenzare male, facendo attenzione a non cadere nei pregiudizi e far diventare un mestiere a sé il radunamento di tali Red Flags;
- Chiedere scusa;
- Accorgersi dei cambiamenti stabili. Come per le scarpe degli infanti che sono umanizzanti nonostante non siano usate per camminare nel mondo. Le scarpine sono utili anche se estremamente effimere; durano giusto il tempo di uno starnuto prima di stare strette, prima che le intenzioni e i desideri crescano, manifestandosi ancora e ancora;
- Ricordarsi di sistemare le scarpe (calzatura varia che sia, piede nudo vario che sia, protesi varia che sia o arto figurato e reale a piacere che sia). Una buona rincorsa deve essere fatta senza pensare alle scarpe, con tutto lo spazio mentale possibile per ascoltare l’arrivo delle proprie dimensioni future. È da tenere presente che anche se il piede non cresce più bisogna comunque garantire libertà di percorrenza a nuovi sogni interiori e stimoli esterni;
- Perdonare sé stessi e le altre persone tranne quelle: prepotenti, rissose, nichiliste e crudeli (l’elenco è lunghissimo ma qui è presentato in forma “agile”);
- Ascoltare le necessità interiori con gli strumenti a disposizione (crearli alla bisogna se sprovvisti);
- Ascoltare anche con l’udito (senza darlo per scontato dietro un paio di cuffie che nascondono acufeni e maschere sociali);
- Accettare lo scompiglio;
- Cercare un gioco con la fortuna. Se è il caso aggirarla trasformandola in “sfortuna” attraverso una estrazione a sorte, che potrebbe consegnare proprio quei fatidici segreti inconfessabili delle rincorse altrui alle s-fortunate persone che partecipano al gioco. Con la scusa, ammirare onniscientemente la contentezza (si spera) altrui;
- Fare spazio alla sedimentazione di altre rincorse, qualcuno (il Relatore) dice che «...quindi la vita è solo una “torbiera” di rincorse...» (deposito di diversa vegetazione del paesaggio che anno dopo anno, strato dopo strato, compone la torba; quindi, le rincorse sono accumulate l’una sull’altra, sia quelle attive che quelle inattive, e identificano le persone guidando le loro azioni. Ultima citazione al pensiero del sopra citato Relatore);
- Non disdegnare il dialogo con i draghi e altre figure mitologiche. Ove necessario, per la conversazione, mettere paletti e farsi aiutare da eventuali amicizie con il sole (quello che sta dentro e che quello che sta fuori, tentando di riconoscere il suo peso centrale e la sua guida, se si riesce);
- Rallentare quando si avverte stanchezza;
- Alimentarsi. Non solo di pippe mentali ma pure di cibo e intrugli soddisfacenti, ancora meglio se in condivisione sociale;
- Considerare l’esempio che danno gli androni, soprattutto in materia di sospensione pre-entrata nel mondo (utile quando si fa fatica a dare fiducia alle transizioni, e alle rincorse, più pacifiche);
- Prendersi cura dello spazio di rincorsa e con accortezza pulirlo;
- Difendere anche l’anonimato di alcune rincorse stagionali: si possono fare panini e gelati sei mesi all’anno per poi ribaltare il sistema negli altri sei creando ricordi identitari e inizi di nuove altre rincorse, proprie e altrui (suggerimento importante quando si vive su una penisola, ancora di più se si vive dentro una penisola nella penisola e ancora ancora di più se la penisola è stata bonificata con della sabbia dorata che ha come descrizione «...ad alta attrazione turistica. Adatto a tutte le penisole di penisole che cercano di farsi un nome.»);
- Aprire la diga della commozione se capita quella canzone lì in quelle cuffie lì citate sopra (fattibilissimo anche senza canzone e cuffie);
- Accettare che il futuro lasci già tracce nel presente;
- Farsi rincorsa;
- Godersi il mondo al contrario ancora per un poco mentre si indietreggia;
[fig. 3]
CRITERI DI SUCCESSO – Per accorgersi di quando se ne ha abbastanza di rincorsa
- Sarebbe salutare capire quando si è fatto abbastanza per la rincorsa (qui la digressione fatta alla fine della sezione RISCHI E AMBIGUITÀ assume legittimità, ma forse perde senso in quanto digressione). È possibile anche “ritrovarsi abbastanza” per l’avvicinarsi di una deadline, o per vicissitudini altre. Ma quando è che ci si accorge che la rincorsa ha avuto successo? Non è pervenuta ancora nessuna illuminazione epifanica soddisfacente. Questione di cifre? Sempre le stesse? No, non è una questione economica (nel più dei casi).
- Potrebbe essere giovevole capire che la situazione migliore sarebbe quella di ritrovarsi abbastanza nel momento più “opportuno”, ma a quanto pare solo alcune persone hanno sbloccato questa soft skill e non riescono sempre ad applicarla, né a divulgarla. I dati mostrano che richiede anni di allenamento e prontezza ai passi diagonali o per meglio dire: alle rincorse diagonali.
- Si potrebbe riscontrare utile conoscere possibili conseguenze di quando non si sa quantificare l’abbastanzitudine di una rincorsa:
- Ritrovarsi nel posto sbagliato in un momento ignavo, senza sapersi ben orientare;
- Vento forte che fa perdere un pizzico di equilibrio, quanto basta per perdere tutti i conti fatti;
- Rinnovamento del punto di partenza per colpa di un PNRR: viene spostato, rendendo quasi inutile la rincorsa che ora va ricalcolata. Qualora il punto di partenza sia stato eliminato, cementato, diseredato o frantumato è meglio rivalutare se prenderla ora e se prenderla ancora quella rincorsa (probabilmente, magari anche no);
- Se si prende la rincorsa con la fionda: l’elastico potrebbe rompersi e spedire indietro la rincorsa in direzione opposta, un effetto frusta che può piacere come anche non piacere;
- Se si prende la rincorsa con la fionda: la tensione muscolare non è infinita e vanno calibrate le energie altrimenti si rimane immobilizzati dai crampi, mentre i piani paralleli su cui ci si voleva fiondare spariscono in lontananza, oppure spariscono in vicinanza. Non importa dove spariscono tanto non ci si può più lanciare a quel punto e serve riprendere la mira;
- Se si prende la rincorsa con la macchina da scontro: le scintille non sono un segnale di successo, non completamente almeno. Si è ancora nella rincorsa in quel caso (se a fare scintille non è il sistema che alimenta la spinta ma un indumento o altro allora forse è vero, sì è ottenuto il successo nella rincorsa, ma a quale prezzo?);
- È nodale stare attenti a quando, quella domanda – che inizialmente ha portato a fare passi indietro – inizia a essere appena visibile, come la silhouette di un albero fossile a cui ci si avvicina nella nebbia. Lì si potrebbe essere nei paraggi della fine della rincorsa. Non serve che la domanda sia chiara, che l’albero si presenti, di risposte ora non serve ce ne sia nemmeno l’ombra. A vederla meglio (la domanda) e a capire se quella specie è estinta o ancora in circolazione (dell’albero) poi si fa a tempo, ma dopo la rincorsa.
[fig. 4]
CONCLUSIONI
Questa parte finale dell’articolo è contraddittoria. Non si conclude per davvero.
Non si hanno abbastanza dati per dichiarare la fine, capire quando una rincorsa è abbastanza e iniziare la costruzione del vero e proprio “Manuale d’uso delle rincorse”.
Le informazioni che mancano sono sostanziali e indispensabili, si rischia troppo nel non capirci niente di questo aspetto. Non si è ancora pronti alla stesura del manuale e non si sa se lo si vorrà mai essere completamente.
Quindi si chiede uno sguardo ulteriore a chi legge, che può inserire e condividere il proprio punto di vista sulla rincorsa, per un avvicinarsi in modo comunitario al capire quando una rincorsa ha successo (con la consapevolezza che alle rincorse non c’è mai fine):
[form Google per condividere il proprio metodo per vedere la fine della rincorsa]
Si continueranno a raccogliere appunti e rimarranno in tale forma divulgati fino a data da destinarsi, non saranno mai in forma di regole o di sapienza. Purtroppo, e per fortuna, si possiedono solo alcune delle parole esatte che servirebbero a rendere la realtà evidente.
Per ora si è capito solo che tra il dire e il fare c’è di mezzo una rincorsa, all’incirca studiata, per perdersi più consapevolmente (anche in mare).
Note al testo
[1] Cimoli, A. C. e Tollari A. FARE MONDI. Tra ricerca e fabulazione. roots§routes magazine, https://www.roots-routes.org/anno-15-n-47-gennaio-aprile-2025-fare-mondi/
[2] Derrida, Jacques (2002). L’università senza condizione. Raffaello Cortina
[3] Lather, P., & St. Pierre, E. A. (2013). Post-qualitative research. International Journal of Qualitative Studies in Education, 26(6), 629–633. https://doi.org/10.1080/09518398.2013.788752
NOTE
a) Quando si parlava di fionde non erano intese questioni di sostanze stupefacenti né inneggiamenti guerriglieri faziosi, tutt’al più atti vandalici a tema di inneschi di muffe e semi;
b) Quando si parlava di cose interiori si intendeva quelle di cui prendersi cura, non da cui farsi curare;
c) L’ampio uso delle parentesi attiverà le ire del Relatore: non le tollera quando vengono usate come vetrina del subconscio (...);
d) Le immagini sono state tutte pensate, scattate, post-prodotte e selezionate con il consenso di tutti i cieli coinvolti negli sfondi ritratti;
e) Se proprio lo si vuole, visto che le risposte non si hanno ancora – e forse mai si avranno – si possono inserire dei punti interrogativi a ogni punto delle varie liste. È un gioco che può aprire altre prospettive, magari si sposta qualche velo;
f) Non è stata presa in considerazione la rincorsa delle onde e del mare, finora: Ci si può rifare al grande esempio di irriducibilità delicata che è la bianca marea, protagonista di incalcolabili rincorse poderose;
g) C’è una bibliografia ma è postuma, arbitraria, corta, più tipo consigli di lettura mentre si prende la rincorsa. Meglio avvisare in questi casi;
h) Arrivederci, pazienza;
BIBLIOGRAFIA
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