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Manuale d’uso delle rincorse

Issue #2

GIUGNO 2026

Appunti per uno studio preliminare alla realizzazione di una guida ragionata su ciò che può essere utile sapere prima


Può capitare che ci si perda.

Può capitare che ci si perda ancora prima di iniziare a perdersi.

Può capitare che tra il dire e il fare ci si perda.


La rincorsa è quello stare nella soglia prima dell’impatto, prima di un evento, di un cambio di regime o di idea riguardo il vino o le melanzane.

Ritrovarsi nel fare passi indietro: per vedere meglio l'orizzonte, lo spazio e il tempo.

Ritrovarsi nel cercare l'insieme, isolandosi, solo per poterci poi correre dentro o attraverso.

È l’analisi di quel momento sospeso: prima di un “prima” e prima di un “dopo”, forse anche dopo di un “dopo”, ma non è assicurato, né raccomandabile.

Questi appunti, raccolti durante un imprecisato periodo di ricerca, pongono l’attenzione su quel sottrarsi e indietreggiare a delle comuni dinamiche per poi riallinearsi con uno scarto evolutivo interiore; magari apparentemente invisibile o magari scintillante, gigante, ingombrante, leggero, ma pur sempre con dello scarto.

È presa in considerazione quindi la preparazione attiva prima di un punto di partenza. Non deve per forza essere uno di numero (il punto di partenza) né tantomeno chiaro e definito.


[fig. 1] (Chi legge da cellulare sappia che le immagini sono atterrate a fondo pagina. Sono precisamente dove vogliono essere. Chi legge da computer tenga da conto che le immagini sanno: essere di compagnia, distrarre cronometri e anticipare parentesi. Sono precisamente come vogliono essere)


CONTESTO



La costituzione di un manuale d’uso si è palesata come una necessità comoda per non dimenticare le cose imparate e raccogliere tutte le informazioni scoperte durante l’esplorazione del mestiere della rincorsa. Questa ricerca, infatti, si inserisce in una più grande orchestrazione di un serissimo fittizio dottorato di ricerca che si colloca nel dibattito su soggettività e lavoro; interrogando l’identità umana come costruzione precaria in un sistema ossessionato dalla produttività. Invece di assumere la performance lavorativa come misura del valore personale, il progetto sposta l’attenzione su aspetti considerati effimeri come l’errore, la distrazione, la curiosità, le pause, considerandoli materia estetica e conoscitiva. L’indagine esplora una costellazione di “mestieri anonimi”, occupazioni immaginarie e marginali concepite come dispositivi poetico-performativi che fanno emergere dimensioni nascoste del rapporto tra identità e lavoro. Le esplorazioni si concretizzano in pratiche transmediali e analitiche (operazioni performative che comprendono foto, video, installazioni, pagine web, archivi digitali, eventi partecipativi) che intrecciano ricerca teorica e produzione artistica.

Con uno sguardo meta-critico al dispositivo del dottorato, ispirato alla decostruzione derridiana e alla prospettiva post-qualitativa, la ricerca interroga protocolli e metriche accademiche. Il dottorando mantiene un posizionamento situato [1], che diventa al contempo soggetto e oggetto dello studio [2]. La pratica artistica è assunta come veicolo di conoscenza [3], un modo per ripensare il rapporto tra identità e lavoro, valorizzando inattività, gioco e fallimento come dimensioni costitutive della soggettività.

Nel seguente articolo scritto a gennaio 2025 per il magazine Root§Routes viene più ampiamente raccontata la ricerca di questo aleatorio dottorato messo in piedi:


Root§Routes Magazine - Relazione sull'avanzamento di ricerca della coesistenza tra l’effimero e l’umano attraverso il suo riconoscimento per mezzo di quella condizione identificativa chiamata lavoro.

(non è necessario leggerlo è solo per dare a chi vuole la possibilità di esplorare ulteriormente altri immaginari cristallizzati dal sottoscritto)


I mestieri anonimi interrogano non solo il lavoro umano, ma anche la sua centralità nelle gerarchie di genere, classe e provenienza, mettendo in crisi ruoli e aspettative performative, vivendo di ciò che “è ancora” in potenza e oltre il mito della produttività immediata.

La rincorsa non è universalmente riconosciuta come produttiva, anzi semmai il contrario ed è anche data per scontata; spesso corre il rischio di non essere tutelata e si è impreparati a starci dentro (nella rincorsa), venendo strattonati da varie tensioni iper-performative.


METODOLOGIA

Finora, la ricerca ha riscontrato risultati parziali (solo quelli), diversi vicoli ciechi e nessuna decisione finita. Questa adunanza di risultati non è una verità, ma solo un gruppo di appunti su ciò che si è carpito in un periodo di ricerca discontinuo. Possono essere informazioni utili, sicuramente sono espandibili e migliorabili, intanto impunemente si propone questo studio preliminare.

La rincorsa è cosa comune. Il dottorato stesso è una rincorsa. Tornare indietro per andare avanti, prendendo energia, consapevolezza dell’orizzonte del sentire e delle ambizioni anteriori e interiori e dei terzi paesaggi (che comunque circondano sempre le rincorse, che lo si voglia o meno).

Un insieme che non verrà analizzato qui riguarda quello che è o che non è rincorsa; lì sono fatti personali in cui è meglio non navigare.

È solo uno studio preliminare per progettare un manuale d’uso a ciò che chiunque può riconoscere come rincorsa. Solitamente per i manuali ci sono dei regolamenti e delle convenzioni per diminuire l’attrito alla lettura, ma bisogna anche tutelarlo (l’attrito), che è quella cosa che poi carica lo slancio alla fine della rincorsa (sempre l’attrito).

Le sezioni con cui sono suddivisi i prossimi appunti saranno quindi atte a guidare vagamente l’interpretazione dell’indomabilità delle rincorse.

È presente la figura del Relatore, inventata ma invasiva, che qui si è cercato di ignorare per dispetto e ribellione dopo la sua spavalda sparizione, da qualche settimana a questa parte, giustificata da un «...tanto te la cavi, ricordati la terza persona...».


SCOPO – Per identificare la rincorsa

La rincorsa si compone di una certa quantità di passi indietro, alle volte senza voltarsi, per raccogliere energie, momentum.

Una figura utile alla comprensione è una molla a spirale; dopo esser stata premuta, questa converte e rilascia l’energia. La rincorsa della molla le permette di esistere in quanto “molla”.

Si sono potute osservare non poche similitudini (anche astratte ammettiamolo, ma non per questo meno vere) con la ricerca artistica e forse la ricerca in generale. Il concetto di molla risulta molto accostabile in particolare alla ricerca di dottorato messa in scena per come descritto sopra (pensandoci ancora più ponderatamente, la ricerca di dottorato può inoltre rientrare in una grande rincorsa – esplorazione dopo esplorazione e ripensamento dopo ripensamento).

Anche nel caso in cui ci si volesse prestare permanentemente a un “lavoro” – uno di quelli in cui ci si può ritrovare senza rincorsa, per inerzia garantita e che può assicurare “l’adultità” con poco sforzo – si è riscontrato che serve necessariamente una rincorsa. Serve per renderlo veramente attendibile, in quanto finzione (quella del “lavoro” come sopra inteso). Quindi tanto vale dare una possibilità agli appunti qui accatastati.


In uno spettro più ampio, nel bacino culturale umano è possibile riscontrare i residui delle rincorse di ogni essere. Informazioni utili che aiutano nell’orientamento anche se non sono risposte complete.

Qui si potrebbe fare una digressione sulla questione del lascito umano, si potrebbe appunto. Non è il caso. Lo era ma non lo è più. Chi fosse interessato chiedesse alle foglie, grandi esempi di ricambio generazionale, di contezza della caducità del tempo e consapevolezza del peso che hanno l’una per l’altra e per il resto della biocenosi, persino dopo l’abscissione dall’arbusto di appartenenza (digressione effettuata con discreto successo a quanto pare).

Ci si è consegnati ai consigli di figure totemiche – persone e non solo – da cui si sono assorbiti suggerimenti e visioni. Nelle sezioni seguenti sono riportati gli appunti di questi consigli sotto forma di liste in ordine vagamente sparso.


[fig. 2]


RISCHI E AMBIGUITÀ – Per tutelarsi dalle storture della rincorsa



Digressione che si scoprirà essere legittima verso la fine:

Un’altra dinamica che può fare arrabbiare il relatore è l’ulteriore uso di un link ipertestuale (non è nemmeno l’ultimo):


Excuses to not go to war


Questo è un sito progettato nel 2022 per indagare il mestiere di scusa. Probabilmente la rincorsa era già finita ma è stata prolungata per insicurezza e pignolerie. Sebbene prima fornisse ottime scuse per non andare in guerra – elaborate finemente, e con la giusta attinenza al bagaglio culturale del sottoscritto e di un fedele collaboratore scusafondaio – ora invece risultano confuse e stanche.

Cambiamenti tecnologici e altre rincorse più prioritarie hanno annebbiato e allontanato questa rincorsa. Nel frattempo, è diventata non più così necessaria, non più in quella forma lì.

Si è presa troppa rincorsa. Senza sapere quando bastava.

Si è sfaldato tutto prima dell’inizio. Ora serve rivedere il sito e ripartire con un’altra, più imponente, rincorsa per riallinearsi alle nuove domande sul mestiere di scusa.


SUGGERIMENTI – Per capirsi nella rincorsa



Digressione, a questo punto indispensabile, sulla fionda:

La fionda si può costruire da sé in base alle proprie necessità e qui non verrà descritto per questioni di scomodità, ignoranza e poca presunzione su come assemblare un oggetto per lanciarsi così intimamente.

La fionda aiuta a concentrarsi su un obiettivo specifico, con una precisione più fine su quale parte di sé si vuole proiettare altrove. Si può, quindi, utilizzare sia prendendo una rincorsa un pezzo di sé per volta, sia catapultando in avanscoperta un elemento e vedere come reagisce, per poi capire il da farsi.









[fig. 3] 


CRITERI DI SUCCESSO – Per accorgersi di quando se ne ha abbastanza di rincorsa



[fig. 4]


CONCLUSIONI


Questa parte finale dell’articolo è contraddittoria. Non si conclude per davvero.

Non si hanno abbastanza dati per dichiarare la fine, capire quando una rincorsa è abbastanza e iniziare la costruzione del vero e proprio “Manuale d’uso delle rincorse”.

Le informazioni che mancano sono sostanziali e indispensabili, si rischia troppo nel non capirci niente di questo aspetto. Non si è ancora pronti alla stesura del manuale e non si sa se lo si vorrà mai essere completamente.

Quindi si chiede uno sguardo ulteriore a chi legge, che può inserire e condividere il proprio punto di vista sulla rincorsa, per un avvicinarsi in modo comunitario al capire quando una rincorsa ha successo (con la consapevolezza che alle rincorse non c’è mai fine):


[form Google per condividere il proprio metodo per vedere la fine della rincorsa]


Si continueranno a raccogliere appunti e rimarranno in tale forma divulgati fino a data da destinarsi, non saranno mai in forma di regole o di sapienza. Purtroppo, e per fortuna, si possiedono solo alcune delle parole esatte che servirebbero a rendere la realtà evidente.


Per ora si è capito solo che tra il dire e il fare c’è di mezzo una rincorsa, all’incirca studiata, per perdersi più consapevolmente (anche in mare).


Note al testo

[1] Cimoli, A. C. e Tollari A. FARE MONDI. Tra ricerca e fabulazione. roots§routes magazine, https://www.roots-routes.org/anno-15-n-47-gennaio-aprile-2025-fare-mondi/

[2] Derrida, Jacques (2002). L’università senza condizione. Raffaello Cortina

[3] Lather, P., & St. Pierre, E. A. (2013). Post-qualitative research. International Journal of Qualitative Studies in Education, 26(6), 629–633. https://doi.org/10.1080/09518398.2013.788752


NOTE

a) Quando si parlava di fionde non erano intese questioni di sostanze stupefacenti né inneggiamenti guerriglieri faziosi, tutt’al più atti vandalici a tema di inneschi di muffe e semi;

b) Quando si parlava di cose interiori si intendeva quelle di cui prendersi cura, non da cui farsi curare;

c) L’ampio uso delle parentesi attiverà le ire del Relatore: non le tollera quando vengono usate come vetrina del subconscio (...);

d) Le immagini sono state tutte pensate, scattate, post-prodotte e selezionate con il consenso di tutti i cieli coinvolti negli sfondi ritratti;

e) Se proprio lo si vuole, visto che le risposte non si hanno ancora – e forse mai si avranno – si possono inserire dei punti interrogativi a ogni punto delle varie liste. È un gioco che può aprire altre prospettive, magari si sposta qualche velo;

f) Non è stata presa in considerazione la rincorsa delle onde e del mare, finora: Ci si può rifare al grande esempio di irriducibilità delicata che è la bianca marea, protagonista di incalcolabili rincorse poderose;

g) C’è una bibliografia ma è postuma, arbitraria, corta, più tipo consigli di lettura mentre si prende la rincorsa. Meglio avvisare in questi casi;

h) Arrivederci, pazienza;


BIBLIOGRAFIA

Agamben, Giorgio, Il regno e la gloria (Neri Pozza, 2007)

Balestra, Filippo, Diario involontario (Tic Edizioni, 2022)

Baudrillard, Jean, Perché non è già tutto scomparso (Castelvecchi, 2013)

Benni, Stefano, La compagnia dei celestini (Feltrinelli, 1992)

Berardi, Franco “Bifo”, L’anima al lavoro. Alienazione, estraneità, autonomia (DeriveApprodi, 2016)

Bourriaud, Nicolas, Postproduction (Postmedia Books, 2004)

Cressy, Marine, Piccola Flora del Viandante (L’ippocampo, 2021)

Cheng, Ian, Fare mondi. Vademecum per emissari (Timeo, 2024)

Derrida, Jacques, L’Università senza condizione (Raffaello Cortina editore, 2002)

Fromm, Erich, Avere o essere? (Mondadori, 1976)

Clèment, Gilles, Manifesto del Terzo paesaggio (Quodlibet, 2004)

Han, Byung-Chul, Contro la società dell’angoscia (Einaudi, 2026)

Kandinsky, Wassily, Lo spirituale nell’arte (SE editore, 1912)

Laplante, Myriam, A Study of the Phenomenology of Doubt... (Colli Independent, 2016)

Merleau – Ponty, Maurice, L’occhio e lo spirito (SE editore, 1964)

Munari, Bruno, Le macchine di Munari (Einaudi, 1942)

Pasqualotto, Giangiorgio, L’estetica del vuoto (Marsilio, 2001)

Ukeles, Mierle L., Manifesto for Maintenance Art (1969)

Cosimo Mollica

Sono un artista che vive di rendita grazie a futuribili ricordi e antiche distrazioni, sperimentando effimeri segreti ed eterni sogni dei mestieri altrui che scuotono in me intime e anonime necessità, una di queste è quella di smascherare la velocità, mia nemesi. 

Nelle mie operazioni performative emerge spesso la necessità di coinvolgere le “scomodità” altrui: immergendomi nella situazione specifica, fatta di posti e persone, per decostruire e rimodellare le strutture che risultano limitanti, riconoscerne i contorni e scegliere se e come restarci dentro.

Attualmente risiedo e lavoro dentro le chiome di un bosco che non è ancora successo.

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